“THE PARTY – VOTA VITO” (2008)

Progetto aurorale depositato alla Siae e scritto insieme ad Adriano Morosetti e Antonio Santangelo nel 2008.

In anticipo sui tempi, abbiamo ideato un format e la sceneggiatura per una sit-com televisiva dedicata al mondo della politica.

 

immaginariopolitica

 

DIETRO LE QUINTE DELLA POLITICA

“The Party – Vota Vito” ha l’ambizione di raccontare il mondo della politica in chiave comica e apartitica, collegando la tradizione della commedia all’italiana (es. “votantonio votantonio votantonio”) con i ritmi e le logiche produttive della sit–com.

Concentrandosi sull’iniziazione alla vita parlamentare di uno dei tanti politici peones che arrivano dalla provincia, “The Party – Vota Vito” gioca con tutti i cliché dell’immaginario collettivo sulla politica, da quelli più tradizionali, sulle oscure macchinazioni nei corridoi del potere, a quelli creati dai media di oggi, sui vizi e il malcostume della “casta”.

transatlantico

Tutto si regge su una semplice opposizione: quella tra scena e retroscena, per ridere delle differenze tra un discorso codificato, sia nel lessico che nei comportamenti, e il modo di essere, cinico o idealista, grezzo o raffinato, gaudente o impegnato, degli uomini che recitano la loro parte nel cosiddetto “teatrino della politica”.

Se oggi la politica è un format – come hanno sostenuto in molti – “The Party – Vota Vito” cerca di rappresentarne i meccanismi più spettacolari, strizzando l’occhio a tutti quegli spettatori che, anche se ne prendono le distanze, non possono fare a meno di guardare la televisione, per sbirciare tra i protagonisti e gli invitati alla grande festa del potere.

 

L’INCIPIT

L’onorevole Vitangelo Pecorino, detto Vito, è un politico di provincia. Nato e cresciuto ad Amatrice, la patria degli spaghetti all’amatriciana, si è fatto strada nelle file del partito di centro la “Rosa che ride”. E finalmente, dopo anni di dura gavetta, con la promessparlamentoa di far riconoscere l’etichetta Dop al latte di capra appena munto, le porte del Parlamento della Repubblica italiana gli si sono schiuse.

Al momento, è solo uno dei tanti peones che affollano il Transatlantico e le aule di Montecitorio, ma l’ambizione non gli manca. Scarpe grosse e cervello fino, comincia a ordire le sue trame sotterranee per ottenere le luci della ribalta.

Peccato che ogni sua grossolana mossa, frutto della sua cultura naif, sia oggetto di scherno di tutto il Parlamento, e soprattutto di Clotilde Liberata Orsolina Russo in Wismayer, detta Clò, la raffinatissima e inarrivabile collega di partito, che Pecorino corteggia disperatamente.

 

grupponeMa le vie del potere sono oscure e misteriose e, tra i corridoi del Palazzo, qualcuno vede Vito in una luce diversa, progettando per lui un radioso futuro. Lo storico leader della “Rosa che ride”, Aventino Diodati, è diventato troppo idealista e rischia di far naufragare gli interessi dei poteri forti che si nascondono dietro al Partito.

È necessario far emergere una figura nuova, che acquisisca sempre più visibilità e consenso. Una marionetta facilmente manipolabile e inconsapevole, per sostituire il vecchio capo.
Inizia così l’epopea di Vito Pecorino nel cuore della politica nazionale, tra lobbisti, pressioni, congiure, inciuci e problematici rapporti con la stampa.

Ad accompagnarlo, una pletora di personaggi, tutti rappresentativi dei vari modi di essere uomini politici, di guardare la politica e di confrontarsi col suo mondo.

 

LA VISIONE DELLA POLITICA

“The Party – Vota Vito” si basa su una visione della politica pensata appositamente con due obiettivi: quello di fornire una metafora attuale su questo mondo, ma allo stesso tempo ben codificata nell’immaginario collettivo, in modo da favorire l’immedesimazione dello spettatore; e quello di partire da un’idea di fondo facilmente spettacolarizzabile.

In “The Party – Vota Vito”, dunque, la politica è come la reggia di Versailles in mezzo alla Parigi dei borghesi e dei poveri: un luogo separato dal resto del mondo; in qualche modo, anche anacronistico, dove chi entra diventa diverso da chi sta fuori. Per quasi tutti è pura apparenza e il cambiamento solo una strategia di facciata per farsi accettare.

Il politico si veste diversamente, si comporta diversamente, vive diversamente, ma in fondo rimane esattamente come era fuori. Accetta semplicemente un cerimoniale codificato molto prima che lui entrasse nella reggia. E cerca di comprendere le leggi che governano il sistema.

Naturalmente, più diventerà maestro nel manipolare queste leggi, più salirà nella scala gerarchica, avvicinandosi al Re Sole. Ma egli sa benissimo che non potrà mai arrivare al vertice, perché sopra di lui ci sarà sempre qualcuno che lo governa e lo dirige. Il problema è che quel qualcuno non è il Re in persona, ma qualche cosa di più ineffabile, un’eminenza grigia che aleggia, invisibile, tra le stanze del Palazzo.

Questa visione della politica è, innanzitutto, in linea coi luoghi comuni che circolano sui media contemporanei, a proposito della cosiddetta “casta”, dei suoi privilegi e delle sue malefatte.

Allo stesso tempo, essa permette di giocare con le tradizioni narrative più varie, dalle machiavelliche macchinazioni shakespeariane, sullo stile del Riccardo Terzo o dell’Enrico Quarto, alle allucinate rappresentazioni cinematografiche di Orson Welles, passando per le lucide requisitorie di Elio Petri, fino alle più grottesche commedie di Monicelli o Virzì.

Cercando di tenere insieme, in un unico prodotto generalista, il sacro e il profano, la tradizione e l’attualità di come pensiamo e abbiamo sempre immaginato la politica, “The Party – Vota Vito” punta dunque a ottenere la massima immedesimazione da parte di una fascia molto ampia e variegata dell’audience televisiva.