“QUEL RARO SENSO DEL DOVERE”

Stamattina sono entrato in ufficio con una convinzione speciale. Si mostrava con chiarezza il mio futuro in azienda.
Un futuro di successo, segnato dal “raggiungimento degli obiettivi di budget”, ottenuti grazie alla “proattività nell’attuare processi di business”. E’ in questi termini che il nostro maestro, il mentore, l’illuminato amministratore unico, menziona annualmente chi si dimostra meritevole.
Con le medesime parole, ne ho la certezza, verrò omaggiato anche io. 

Già, perché ho avuto la visione di me stesso promosso a “incarichi di maggiore responsabilità”, con ampi “poteri decisionali”. E conseguente, notevole, aumento di remunerazione. Più relativo scatto verso l’alto nel livello contrattuale.
Risultati di eccellenza.
In soli dodici mesi! 

Diciotto, se la contrazione economica durerà più del previsto.

Ho pensato: “Accidenti!”.

Tuttavia, non ho voluto modificare alcuna delle mie buone abitudini. Come ogni giorno ho timbrato il cartellino e salutato Paola, al centralino, che ha risposto col consueto sorriso benevolo.
Come sempre, ho raggiunto la mia scrivania al centro di quello che qui in azienda chiamiamo “l’acquario”. Un rettangolo di ufficio, dice il geometra, “perimetrato da pannelli trasparenti in plexiglass”. Sui due lati corti vi sono le porte di ingresso, speculari tra loro; una cosa che va bene per il ricambio dell’aria, dato che dentro si trovano le otto postazioni di lavoro di noi “professionals”.

Alle nove in punto mi sono messo seduto, ho avviato il pc osservando immobile ognuno dei passaggi di caricamento del sistema operativo. Ho respirato profondamente, in silenzio, gustando ancora quella sensazione convinta.
Anche se, lo ammetto, è qualcosa che faccio spesso. Mi fermo da qualche parte, meglio se non ci sono colleghi nei paraggi, e mi concentro su un oggetto qualsiasi. Una bacheca per i dipendenti appesa al muro, la pulsantiera della fotocopiatrice, il portaombrelli in ferro nel corridoio d’ingresso. Uso questa tecnica come carburante per rigenerare le energie e magari fare uno sprint sulla consegna di un progetto.

Ed eccomi qua. Sono le nove e venti e ho appena terminato di visionare l’agenda. Tra le diverse attività del giorno, decido di dare priorità all’elaborazione del rapporto semestrale. Mi dirigo verso l’archivio per recuperare i dossier mensili.
Sul tavolone laterale, che utilizziamo per appoggiarci la corrispondenza, vedo che sono arrivati i risultati dell’Analisi di qualità. Si tratta di un altro progetto, lo so, ma sono curioso di vedere come siamo andati.
Scarto la bustona giallastra che ha su scritto il nome del mio gruppo di lavoro, i “Celti”. Proprio così, in azienda abbiamo l’abitudine di dare un nome ai team di progetti speciali rievocando le popolazioni europee di un tempo. L’anno scorso ho lavorato nei “Galli” per l’indagine sulle procedure di sicurezza. Grande esperienza.

Sfogliando le pagine dell’Analisi di qualità mi accorgo che quei risultati sono vitali per far procedere a dovere il lavoro dei “Celti”. Decido allora di posticipare il rapporto semestrale. Estraggo da sotto il tavolo una sedia e mi ci appoggio.

Alcune pagine dentro la busta sono rimaste parzialmente incollate tra loro. Le passo tra i polpastrelli di indice e pollice per tentare di scollarle, ma non riesco. Mi guardo intorno e mi viene l’idea di usare il badge che porto pinzato al taschino della camicia. Lo sfilo dall’involucro di plastica trasparente e lo passo tra una pagina e l’altra.
Lentamente, attento a non strapparle o stropicciarle.
Le pagine si scollano man mano. Appoggio il badge sul tavolo e mi godo lo spettacolo di un lavoro ben riuscito.

Mi alzo per andare a sistemare le pagine con i risultati dell’Analisi di qualità sulla mensola dedicata ai “Celti”. Bene, posso affermarlo con decisione, è stata davvero una scelta fortunata! Infatti ho potuto riscontrare che la mensola è piena di materiali. Penso di aver avuto proprio ragione, lo scorso mese, quando chiedevo di duplicare gli “storage”. Sono gli scaffali dedicati al ricovero dei nostri dossier, ma quello è il termine che utilizziamo noi, che di queste cose ne capiamo. Non c’è che dire, la mia è stata decisamente un’attenta osservazione delle criticità!

A questo punto è il caso che vada a parlare con Mirarchi dell’ufficio Acquisti. Devo riferirgli di questa faccenda degli archivi.

Abbandono temporaneamente la bustona giallastra e il plico con l’Analisi di qualità sulla scrivania lì a fianco. È la postazione di lavoro di Gisella Poddu, la giovane assunta a inizio anno come apprendista. Oggi è a una visita di routine per la gravidanza. È al quinto mese.

Torno alla mia scrivania per munirmi della lista di approvvigionamenti. La trovo facilmente, perché lascio sempre nel primo cassetto i documenti importanti di lavoro.

Mentre mi dirigo da Mirarchi, do una sbirciatina alla lista e scopro che abbiamo già raggiunto i limiti di spesa. Penso sia meglio, allora, andare all’ufficio Contabilità e pregare loro di richiedere l’acquisto della mensola. Suppongo che la loro lista di approvvigionamenti abbia ancora margini di spesa. Non hanno particolari esigenze in quell’ufficio, eccetto ovviamente le dotazioni minime di cancelleria, quelle non devono mancare mai. 

Camminando per il corridoio sorrido al pensiero che i neoarrivati in azienda avrebbero difficoltà a risolvere una situazione come quella che sto affrontando. Mentre io viaggio sicuro. Conosco a menadito la disposizione degli uffici, ho la mappa dell’azienda incisa nella testa. Potrei muovermi a occhi chiusi sui quattro piani.

A rifletterci bene, confesso di conoscere poco i livelli dirigenziali, quelli che vanno dal quinto al settimo. Per un istante, avverto un senso di chiusura alla gola. Ma immediatamente mi sciolgo, considerando che tra qualche tempo avrò un ufficio lassù.

Svolto all’angolo verso il corridoio dell’Amministrazione e nei pressi della fotocopiatrice scorgo la scatola di cartone che ho lasciato ieri sera. Ero di corsa per chiudere le ultime questioni rimaste. Avevo passato il pomeriggio a tentare di spiegare all’apprendista Gisella come funzionano i nostri macchinari. In effetti, ci ho speso più tempo del dovuto, ma mi è sembrato gentile darle una mano dal momento che si porta una creatura in grembo.

Alla fine però volevo sbrigarmi a timbrare l’uscita e ho deciso di lasciare vicino alla fotocopiatrice la scatola di cartone. Non è altro che il contenitore delle risme di fogli con cui ho caricato la macchina. Questioni di lavoro, certo, ma che vanno smaltite alla svelta. “Ci penserò al più presto”, mi son detto nel parcheggio, correndo perché era iniziato a piovere. 
Poi, stamattina, me ne sono dimenticato, tra le tante cose di cui occuparmi. Fortuna che non m’ha visto nessuno e posso occuparmene adesso risolvendo in un attimo la cosa.
Guardo la scatola vuota che sto portando al magazzino e mi sembra in ottimo stato. Perché non tenerla da noi in caso di futura evenienza? Sotto la mia scrivania non darà alcun fastidio.
Sono queste piccole intuizioni quotidiane che fanno lavorare bene.

Facendo ritorno verso l’acquario scelgo di non ripetere lo stesso percorso e allargo verso l’ufficio Recupero crediti. Imboccherò il nostro ufficio dall’entrata opposta alla solita, ma questo mi permetterà di sgranchirmi un po’. Sì, è una mia abitudine. Non sono solito fare molto movimento fuori dal lavoro, così ne approfitto in azienda, quando devo spostarmi da un ufficio all’altro. Imboccare il tragitto più lungo per raggiungere qualche collega è un modo come un altro per tenersi in forma, no?

Dentro l’acquario, vedo la mia scrivania dalla prospettiva inversa rispetto all’ordinario. Da questo punto mi accorgo che la felce sul mio tavolo, che appare così rigogliosa quando sono davanti al monitor, vista da qui presenta alcuni rami secchi.
Appoggio la scatola vicino all’armadietto delle pratiche evase – la sistemerò più tardi, mi dico – e prendo le forbici da carta per potare la piantina. Intanto l’occhio, che viaggia più rapido del pensiero, mi cade sulla pila di pratiche evase e colgo in cima quella relativa a “Salvioli Alluminio”, guarda caso quella in cui dovevo ancora inserire un dato pervenuto alcuni giorni fa. Meglio occuparmene presto prima che un collega decida di trasferirla in archivio. La felce, dopotutto, può aspettare.

Abbranco in tutta fretta la pratica “Salvioli Alluminio” e faccio per appoggiarla sulla mia scrivania, quando vedo a terra, vicino ai cavi del computer, il pennarello nero che usiamo in sala riunioni per la lavagna a fogli mobili. Qualcuno deve averlo portato e fatto cascare nell’acquario e poi sbadatamente deve essersene dimenticato. Se lo lascio lì, vicino alla mia postazione, potrebbero pensare che sia io l’artefice di questa inefficienza.

Decido di correre subito a sistemarlo in sala riunioni, visto che la scorsa settimana i manager lo cercavano come matti. Ma prima appoggio la lista degli approvvigionamenti e la pratica “Salvioli Alluminio” sulla cassettiera della scrivania di Lazzarotti. Dovrei informarlo, ma in questo momento non c’è, si vede che è in pausa. Glielo dirò più tardi.

Ripercorrendo il corridoio, su cui affaccia anche la stanzetta con la macchinetta del caffè, noto che sul pavimento in linoleum s’è versata qualche goccia di un liquido marroncino. Forse è una delle “bevande al sapore di cioccolato” o “al sapore di the” servite dalla macchinetta. La cosa in sé non mi darebbe alcuna preoccupazione non fosse che qualche collega, magari con i tacchi alti, potrebbe rischiare di scivolare. Nel bagno ho più volte intravisto uno spazzolone e alcuni stracci. Appoggio il pennarello nero sopra la macchinetta del caffè, in modo che non si noti troppo, e vado a prendere spazzolone e straccio per dare una pulita. Qualcuno se ne dovrà pur occupare. 

Davanti alla toilette ci sono altri colleghi, tra cui il dirimpettaio di scrivania di Mirarchi dell’ufficio Acquisti. Senz’altro si saranno lavati le mani e ora si dirigono in mensa. Ed ecco che mi arriva improvvisa un’altra delle mie intuizioni! Posso anticipare al dirimpettaio ciò che avevo da dire a Mirarchi così mi porto avanti sulla questione della mensola. Non faccio a tempo a salutarlo che Daniele Dolcetti, con cui organizziamo le uscite del dopo-lavoro, mi raggiunge da dietro e per scherzo mi rifila una “scoppoletta” sul collo invitandomi ad andare a pranzo con loro. Effettivamente è già l’una. Adesso mi spiego quella sensazione di buco allo stomaco.

Dopo mangiato ho bisogno di ricavarmi uno di quegli attimi corroboranti per ripartire in quarta come stamattina. Vado alla macchinetta del caffè, dove vedo il pennarello nero, e digito “2” sul display. Mi sento un po’ appesantito, due bicchierini di espresso non faranno alcun male. D’altra parte è dalle nove che scatto di qua e di là come un ossesso. Mi sovviene nuovamente la bella sensazione di concretezza e successo con cui sono arrivato al lavoro.

Rientro di corsa nel mio ufficio, dentro l’acquario. Vedo che Lazzarotti è già tutto intento a scrivere con la faccia appiccicata allo schermo del pc. Avevo qualcosa da dirgli, ma in questo momento non ricordo di che cosa si tratti. Del resto ho altro a cui pensare. Il mio futuro in azienda seduto a una scrivania ai piani di sopra, quelli dal quinto al settimo.

Il mio computer è in stand by. Lo riavvio e osservo la schermata che si carica. Intanto con la coda dell’occhio scorgo la felce e mi ricordo dei rami secchi.
Possiedo quella che credo venga chiamata “visione periferica”. Una capacità speciale di rivolgere lo sguardo a trecentosessanta gradi. Questo mi permette di focalizzare ogni dettaglio. Poco fa guardavo il monitor, ma di lato ho inquadrato la pianta e il problema che si porta dietro. E sono pronto a risolvere un’altra criticità!

Decido di aggiustare rametti e foglie con un taglierino che ho tra le mie cose nel secondo cassetto. Ogni cassetto ha un suo significato. Nel primo in alto i documenti di lavoro. In quello più in basso tengo soltanto un ombrello di riserva, nel caso smarrissi quello che mi porto sempre dietro, agganciato al soprabito.
Nel cassetto centrale, più grande degli altri, ci sono invece gli strumenti, per esempio le penne, le matite, le gomme per cancellare, il righello. Ho addirittura un compasso, che può sempre tornare utile. Naturalmente c’è anche il taglierino.

Mentre sego via i primi rami secchi si staccano diverse foglie che finiscono sul pavimento tra i cavi del pc. Mi chino per cercare di raccoglierle tutte in un angolo e mi coglie un deja vu. La vivida impressione di essermi già chinato in quel modo tra i cavi del mio computer per fare qualcosa di importante. Lì per lì, però, non riesco a mettere a fuoco. Probabile che sia stata una mia immaginazione, magari evocata con quelle tecniche di visualizzazione che ho appreso al corso di “Self Marketing”.

Come mi sento bene. Anche se sono stanco, perché ci sono moltissime cose da fare e situazioni importanti da fronteggiare. Però ho ancora una bella sensazione dentro che riesco a tenere accesa. Pure questa è competenza.

Guardo i colleghi che si affannano, arrabattandosi per questo o quel motivo. Io sono diverso perché focalizzo. Metto a fuoco, miro all’obiettivo. E poi concretizzo. Realizzo i miei sogni, curo il mio avvenire, mi aggiorno.

E cresco professionalmente grazie ai corsi in videopillole su Internet. Che invenzione.

Torno a sedermi alla scrivania. Rifletto sul lavoro da fare e mi rendo conto di essere un po’ sovraccarico. Sarà il caso di prendermi qualche minuto di pausa. Cammino per i corridoi e davanti agli ascensori posso guardare fuori dalle finestre. È l’unica porzione del piano che si affaccia verso l’esterno. Tutti gli uffici, infatti, sono illuminati con i neon. Una scelta tutto sommato economica, perché le lampadine a risparmio energetico costano, mentre i neon durano quanto le altre ma fanno luce per numerose persone insieme.

Fuori si è fatto buio. Do un’occhiata all’orologio che porto al polso, ma che non sono abituato a guardare. Lo metto perché è un regalo di mio zio. Da quando è partito per il Canada, c’è l’orologio che ne nutre il ricordo.
Sono le cinque e mezza del pomeriggio, tra circa mezzora devo timbrare l’uscita, è meglio che mi affretti a risistemare tutto. Mi serve uno sprint per chiudere la giornata.
Torno alla scrivania assaporando la nostalgia dei tempi in cui giocavo a briscola con mio zio.

Allungo il percorso, entrando nell’acquario dal lato opposto. Accidenti, ancora quei rami secchi della felce! Non è un bel vedere da qui. Ma trovo la soluzione, come spesso mi riesce. Ruotandola se ne può nascondere una parte dietro il monitor.

Prendo il cappotto appeso al muro e avvio quello che ho battezzato come “il rituale d’uscita”. Si comincia con il badge. Porto la mano al taschino della camicia, ma stavolta ho un sobbalzo, il badge non c’è! Guardo giù, appoggiando il mento sul petto, e in effetti confermo che nulla, tantomeno il badge, è pinzato al taschino. In ansia infilo comunque il cappotto e nella foga urto il porta-documenti in plastica del mio collega Antonacci, che oggi era fuori ufficio in permesso. Cascano alcuni fogli e un paio finiscono sotto il tavolo della corrispondenza. Abbassandomi per raccoglierli, volgo lo sguardo sul ripiano del tavolo, dove miracolosamente rinvengo il mio badge tra lettere e riviste. Sospiro.
Lascio i fogli sul pavimento, impugno il badge tenendolo stretto e mi avvio nell’atrio alla timbratrice. La chiamiamo così, ma non timbra alcunché dal momento che è basata su concetti – che per adesso ignoro – di elettronica e schede magnetiche. Mi deciderò, prima o poi, a leggere quel manuale comprato in edicola anni fa. 

Uscendo dall’acquario incrocio con lo sguardo la mensola dei “Celti”. Sento di avere da fare per quel progetto ma non ricordo con esattezza che cosa. Nessun problema, me ne occuperò nei prossimi giorni. Di certo non prima di dedicarmi al Rapporto semestrale, attività assolutamente prioritaria in questo periodo.

Attendo di timbrare il cartellino e ne approfitto per riflettere su quanto sia stata impegnativa questa giornata. I rumori in azienda si assottigliano col passare del tempo.

Mi perdo in questa contemplazione finché una porta che si chiude qui vicino mi ridesta. Guardo l’orologio appeso al muro. Sono le diciotto, è ora.
Eseguo come si deve il passaggio del badge nella macchina. Certo che l’ho scampata, stavolta! Posso ringraziare di aver avuto l’idea geniale di cercare il tesserino vicino alla corrispondenza.

Finalmente, esco. Oltrepassando la porta principale dell’azienda penso ai colleghi che sono già andati via, perché hanno meno lavoro e meno ambizioni di me. E mi chiedo che cosa volesse dirmi Lazzarotti, che è tutto il giorno che mi cerca.

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