“JACOPO BATTISTELLI, DI ROMA”

“Buongiorno, ho un appuntamento con il dottor Palmiero”.
“Mi dice il suo nome, per cortesia?”, chiede la signorina dagli occhi grandi alla reception.
“Battistelli. Jacopo”.
“Di?”
“Di Roma”.
“Oh, no, mi scusi”, la signorina sorride gentilmente abbassando le palpebre, “volevo dire di quale società, per chi lavora”.
“Aah! Scusi tanto”, s’imbarazza Jacopo, “nessuno. Nessuna società. Libero professionista. Mi scusi ma oggi proprio…”.
“Non c’è problema, non si preoccupi”, sorride Occhigrandi, che poi indica i divanetti di fronte alla sua scrivania: “Prego, si accomodi pure, intanto avviso il dottor Palmiero”.

Jacopo si sistema sulla poltrona più lontana, tentando con l’immobilità di mani, braccia e gambe di nascondere un certo disagio che lo farebbe agire in modo goffo. E ridicolo. Così, ancora duro e contratto come una lapide, si toglie da seduto il giaccone pesante che ha indosso.
Occhigrandi nel frattempo sembra di nuovo assorta nelle pratiche da “signorina della reception”: muove fogli, smista corrispondenza, pigia sul pulsante che apre la porta d’ingresso a ogni trillo del campanello. Si vede che è bene allenata, saluta chiunque entri come fosse un parente, spalancando quegli occhi grandi e sorridendo a pieno viso.

Seduto sulla poltrona più lontana, Jacopo osserva gli ingressi dei dipendenti dalla porta principale. Sta tutto ingobbito in avanti, con i gomiti appoggiati sulle ginocchia, mentre uno dopo l’altro i colleghi di Occhigrandi sfilano davanti a lui. Ogni tanto dà una sbirciata verso la signorina, bene attento a non farsi scorgere.

Riflette su quand’è che in vita sua ha imparato il significato della parola “trans”. Ricorda che quando aveva quattordici anni o poco più incrociò una sera una prostituta che batteva per la strada. Lei era tutta imbellettata, dipinta in viso, con un vistoso rosso sulle labbra e con il blu intorno agli occhi. Gli disse, parlando lenta e con dolcezza: “Ciao bello. E allora, andiamo?”.
Lui era rettamente educato, conosceva il senso di quella situazione, anche se da protagonista non l’aveva mai vissuta in precedenza. E sapeva dove la professionista lo stava invitando ad andare. Ma la dottrina appresa, di matrice moderata e caritatevole, gli rendeva chiaro il modo di comportarsi: “Mi dispiace, non posso”.

Nell’occasione, Jacopo non aveva immediatamente colto quel particolare, troppo concentrato com’era a trovare le parole adeguate al contesto. Quei minuti spesi a tentare di dimostrarsi di aver compreso la lezione della comunità, declinando con gentilezza l’invito adulatorio e adescante, l’aveva distratto da contenuti più pratici. Soltanto qualche tempo dopo, poteva essere un mese, realizzò che la voce di quella donna era assai somigliante al timbro del suo professore di disegno alla scuola media Sacro Cuore.

Nell’attesa del dottor Palmiero, Jacopo si è abbandonato all’indietro, affondando fino al collo nel grande cuscino della poltrona. “Trans”, dice tra sé e sé.

Incrocia le dita delle mani riposte sul ventre, lo sguardo va verso il soffitto, come fosse alla ricerca della parola giusta. “Tran-ses-sua-le”, ripete ancora mentalmente, separando le sillabe le une dalle altre.

E poi sorge nei suoi pensieri l’immagine di una donna che balla in mezzo ad altra gente. Una donna con le spalle nude, le braccia distese verso l’alto, sinuose e ondeggianti a ritmo di salsa sudamericana. Man mano scorrono altri fotogrammi di una notte di libera trasgressione. La stessa donna in un corridoio. Lui e lei, corpo a corpo. Le mani di lei sul viso di lui, attraendo a sé le sue labbra. Ancora un flash di lei, questa volta sopra di lui, coricato su un letto di chissà chi. Lei che gli sbottona la camicia, che gli sfila i pantaloni. Sempre lei che scivola con le labbra appoggiate sulla pelle di lui, il torace, l’ombelico, giù. Il ricordo della passione. Il pensiero di quella donna nuda. Una donna che è anche un uomo.

Jacopo fissa il pavimento a pochi centimetri dai suoi piedi, travolto da pensieri proibitissimi della notte appena trascorsa. Finché una carrellata di volti invade la scena. Sono occhi, bocche, nasi degli abitanti del suo quartiere, fedeli frequentatori della parrocchia di S. Giuliano al fondo della via. Dalla bocca Jacopo butta fuori il respiro sonoramente, mentre allunga i piedi, che ora paiono ami da pesca gettati lontano da un pescatore spazientito.

“Jacopo! Bello mio, mannaggia, eccoti qua! Finalmente! …Sarà mezzora che t’aspetto!”, arriva d’improvviso il vocione baritono di un omone grosso tutto baffi e ciccia. Il dottor Adriano Palmiero, agente immobiliare di lungo corso.
“Ma come, sono qui da diversi minuti”, risponde un po’ sorpreso Jacopo, che però non si dà per vinto: “Io sono sempre puntuale”.
“Dai, puntuale, vieni con me, non c’è tempo da perdere!”, ride gracchiante Palmiero.

Jacopo segue placidamente l’omone fino al suo ufficio, l’ultima porta di un corridoio buio. Anche l’ufficio di Palmiero è buio. Le finestre sono oscurate dalle veneziane tirate giù. Una piccola lampada alogena fa luce sulla tastiera del computer alla scrivania.

Transessuale. Jacopo non riesce a fare a meno di pensarci. Palmiero si siede alla sua sedia che lo cinge sui fianchi con i braccioli come un paio di jeans troppo stretti.

“Jacopo, noi dobbiamo svoltare!”, esordisce euforico. “Ho trovato un tizio lombardo che deve sistemare vagonate di milioni prima possibile. Mi ha chiesto una consulenza, capito”, fa strizzando l’occhio. “E mi dà un incarico. Ehi, non preoccuparti, ci sei dentro anche tu e ovviamente ce n’è anche per te”.

“Mi dispiace, non posso, voglio fare le cose per bene. Voglio occuparmi di attività trasparenti”.

Trans. La mente di Jacopo torna lì. Gli occhi neri e ardenti che appartengono a una donna che è anche un uomo scuotono Jacopo in una notte di evasione.

“Jacopo, non ricapita una cosa così. Ho preso agganci in tutto il nord. A te ti lascio il Veneto. Vai lì, compra appartamenti, attici, case unifamiliari, bifamiliari, palazzi, villette a schiera, castelli, quello che vuoi! Hai briglia sciolta. Sali su e conquista il nord-est!”
“No”.
“Lo prendo come un sì”.

Transessuale. Il cervello di Jacopo va per conto proprio. Le spalle scoperte di una donna che è anche un uomo distolgono le attenzioni di tutti da un’intimità segreta.

“Ma scusa, pensi che sia scorretto imbrogliare per ottenere milioni di euro?”.
“Sì”.
“Mmh, non ci siamo capiti. Riformulo la questione: pensi che sia scorretto imbrogliare per ottenere milioni di euro?”.

Transgender. Una eco in testa a Jacopo che non smette di riproporre quel suono. E quelle sensazioni: la bocca di una donna che è anche un uomo riscalda il corpo di Jacopo trascinandolo in un vortice di estasi e intrigo.

“Questo signore ha soldi che gli saltano fuori dalle orecchie. Vuole un consulente astuto, capisci che intendo?”, Palmiero ammicca, disegnando con i baffi una specie di ghirigoro. “Vuole un lavoro con i fiocchi. Io voglio dargli una mano e intanto, con l’altra mano, voglio un regalino per me. E per te, Jacopo, cazzo!”.

Jacopo, infine, accetta: “Va bene”.

Trans, transessuale, uomo e donna. L’attenzione di Jacopo è ormai distolta. Ora va al ricordo di un ragazzino quattordicenne: Jacopo a messa, durante la comunione, a ritirare il giusto premio, l’ostia, con il viso atteggiato a fierezza come quello di chi non si fa irretire.

Invece lo Jacopo di oggi, incastrato dal dottor Palmiero in una nuova iniziativa presuntamente poco lecita o sospettosamente fraudolenta, ha la testa china. E’ indeciso su che cosa tra la trasgressione notturna e la spregiudicatezza diurna val la pena concedersi, tenendo a mente il suo obiettivo principale. Il giusto premio. L’ostia. L’approvazione di Dio.

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