“INVESTIMENTI PER IL FUTURO”

Sì, sbaglio i congiuntivi e mi perdo le concordanze dei tempi verbali. E con questo? Farò anche errori di grammatica quando parlo, ma non sono uno stronzo.

Oggi il mio capo mi ha fatto i complimenti. Lui ha guadagnato sei milioni in due ore grazie al sottoscritto, mentre io, eh, ho ricevuto una bella pacca sulla spalla. Certo, i complimenti mi sono stati rivolti in un italiano perfetto. I miei pensieri nei suoi confronti, invece, erano assai sgrammaticati.

Lavoro in banca. Una filiale. Fare carriera nelle sedi centrali è difficilissimo. Il direttore, il mio capo, collabora con una specie di studio associato costituito da agenti di borsa e promotori finanziari.

Cioè professionisti dei soldi.

Cioè speculatori.

Cioè truffatori.

A dir la verità il mio capo ha con costoro soltanto relazioni “non ufficiali”. Come direttore di banca sa di dover evitare ogni connivenza imbarazzante. Lui ha una grande proprietà di linguaggio, non dice associazione a delinquere, ma “osservatorio sulla finanza”. E non si definisce in affari con loro, piuttosto esprime una “disinteressata simpatia”.

Il direttore è falso come i soldi del “Monopoly”. Ma il mio collega Davide e io non possiamo dirlo ad alta voce, perché qui dentro tutti sono in combutta col capo. Tutti eccetto Davide e me.

Davide lavora in filiale da oltre cinque anni. Mentre io sono dentro da poco più di uno. Ogni giorno lui e io scambiamo centinaia di parole chattando con il computer. Un modo come un altro per far passare il nervoso in un ambiente pesante come il nostro. Ma preferisco non rivelare i dettagli delle nostre interazioni nascoste, perché ci sono in giro “osservatori” e “simpatizzanti” con l’occhio lungo e la lingua veloce.

Davide è altissimo e giocava a pallanuoto nel massimo campionato italiano. È stato addirittura convocato in nazionale. Poi si è laureato in economia ed è arrivata anche la convocazione della banca. Naturalmente Davide, che non fa di coraggio e perseveranza le sue migliori peculiarità, ha mollato l’agonismo e una potenziale carriera sportiva per seguire una più attuale carriera da impiegato di banca. Dell’epoca di giovane pallanotista conserva i muscoli di torace, spalle e braccia. Pare un Suv.

Come quello del nostro capo, che “consta di tutti gli optional possibili e immaginabili”, così ci ha detto quando l’ha comprato. Se n’è arrivato sei, sette mesi fa con quel macchinone verde scuro metallizzato. Ci ha chiamati tutti fuori e ci ha mostrato la sua conquista. “Vedi?”, mi ha detto strizzando l’occhio, “ha i vetri opacizzati… sai a cosa servono, no?”.

“Questa è l’auto dei potenti”, ha detto ruffiano qualcuno dei colleghi rimirando la cromatura del Suv. E per l’appunto il nostro capo si è vantato spesso, nei mesi trascorsi, di fare per la strada quel che vuole. Parcheggia sui marciapiedi, s’infila nelle corsie preferenziali, non dà mai la precedenza, ritiene il semaforo rosso un semplice consiglio.

Davide e io non siamo disposti a concedere al capo e al suo stuolo di galoppini la nostra ammirazione. Facciamo il nostro lavoro e basta. Di lui, di Davide, che è spilungone ho già detto. Mentre non ho specificato che è anche un adone. Per la mia infelicità. Infatti tutte le colleghe non hanno occhi che per lui. E non soltanto gli occhi.

Fabiana, per esempio, che è senz’altro la più ambita nella categoria “giovani colleghe”, gli ronza intorno da mattina a sera. Si presenta alla sua scrivania con le motivazioni più varie. A volte per una precisazione su un’analisi di mercato, altre volte per chiedere in prestito qualche pezzo di cancelleria.

Ieri s’è sistemata alla postazione di fronte alle nostre, perché la collega che ci si siede di solito è in ferie. Da qui Fabiana ha dato il meglio di sé. Fingendo di battere sulla tastiera del pc, si è rivolta a noi tenendo un monologo sul suo vecchio amore.

Una storia che lei trascina da quasi dieci anni con un tizio che a quanto pare, dopo essersela sbattuta in tempi lontani, non le rivolge più la parola se non per formale cortesia. Ma lei niente, ne parla come fosse suo marito con il quale attraversa una lieve crisi.

Un effluvio verboso durato decine di minuti e proseguito in pausa pranzo. A un certo punto, con il piatto di verdure bollite – “Sapete, la dieta della palestra…” – davanti al naso, raccontava di essere così confusa in questi giorni da perdersi dei pezzi incredibili. “Per esempio – ma non ridete, eh! – Oggi, addirittura, ero talmente fuori che ho dimenticato di mettere le mutandine!”. Sbattendo le palpebre ha fissato Davide dritto negli occhi. Ma lui niente.

Io, invece, facendo mente locale lì seduto al tavolo ho realizzato che Fabiana portava la gonna. Ne sono rimasto tanto turbato che mi son perso il seguito. Tentavo in effetti di escogitare qualche stratagemma per sbirciarle tra le gambe. Mentre Davide, un Cristo tra i conti correnti, con i suoi lunghi capelli castani che cadono ondulati poco sopra le spalle, lasciava cadere la faccenda delle mutandine mostrando invece una composta attenzione allo sproloquio della nostra avvenente collega.
Io a fine giornata ce l’ho fatta. Ma la storia delle mutandine non era vera.

Dicevo che non sono uno stronzo. Però la prossima settimana comprerò un’auto di seconda mano. Proprio così. Il mio capo svende il suo Suv e me lo faccio io per diciottomila euro. Che lui mi tratterrà direttamente dallo stipendio con un trucco che ha appreso dagli esperti dell’osservatorio sulla finanza.

Già, andrò in giro per la città in Suv. Benché abiti a poche centinaia di metri dal lavoro. Squallido? Sì. L’orgoglio? Non l’ho mai avuto. Tanto che per ottenere un piccolo sconto ho dovuto seguire il capo a uno dei suoi rendezvous di finanzieri. Un sontuoso rinfresco in una villa sulla collina a nord della città. Con tanto di camerieri in guanti bianchi. Oltre la metà delle persone presenti mi erano sconosciute e ho fatto in modo che lo rimanessero.

A fine serata ho avuto la conferma che valesse la pena. Mi sono avvicinato al capo che parlava con alcuni tizi. Uno di questi, col maglione a collo alto, teneva banco con voce roca. Era da poco diventato genitore e con un calice in mano l’ho sentito dire con le mie orecchie, tra gli ammiccamenti dei presenti: “Sì, sono padre, ma non saprei spiegare come mi sento, ora come ora. Cioè, se fossi su una mongolfiera e dovessi scegliere chi tenere su tra il bambino e Morgan, il mio rottweiler, terrei Morgan”.

Il giorno dopo in ufficio ho taciuto sulla serata. Neppure a Davide ho raccontato i dettagli. Ho cercato di dirottare il discorso sulla questione dei soldi. Del resto, siamo esperti di finanza.

Infatti, con questa spesa del Suv dovrò tirare la cinghia. Altro che finanza. Guadagno bene, certo, lavoro in banca! Ma non voglio spendere quei quarantacinque centesimi in più al giorno che in mensa ci hanno chiesto. Han cambiato il servizio proponendo cucina biologica, dicono. Ma a me non interessa. Con Davide e la collega di turno che ci prova con lui andiamo al bar oltre il parcheggio. Un’insalata o una piadina e con quattro euro te la cavi. In mensa spendi di più. Quei quarantacinque al giorno per ogni giorno della settimana fanno due e trentacinque. Il che vuol dire quasi dieci euro in più al mese. Ma sono matti? E poi mangi anche di meno!

Il mio capo, con fare da divo, ci ripete spesso questa massima: “La finanza è questione di saldezza, ragazzi. Attenti a quello che desiderate, potrebbe realizzarsi!”. Sembra convinto di fare un figurone. Ma è sempre la solita storia che ripetono in tanti, fin dai tempi del liceo quando una frase idiota come quella te la ritrovavi scritta sul diario dopo averlo lasciato a qualche amichetta del cuore nell’ora di storia.

Soltanto a ripensarci oggi mi accorgo che quell’amichetta e il mio capo han ragione. Faccio errori di grammatica e dalla prossima settimana andrò in giro in Suv come uno stronzo.

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