“GRAZIE A DIO, CE L’ABBIAMO FATTA”

A voler ben vedere, l’inseminazione artificiale non è poi così artificiale. La cosa non riguarda me direttamente, ma i miei carissimi vicini di casa Simona e Giorgio.

Giorgio è un bel signore sui quarantacinque, ha su quegli occhialini con la stanghetta colorata, che mettono gli intellettuali in Tv. Il mio ex, coordinatore del circolo gay del nostro quartiere, è pazzo di lui. Quanto a me, no, Giorgio non è il mio tipo. E poi con Simona siamo così amici. Le riconosco molti pregi che vorrei per me: è elegante, determinata e anche sensuale. Si porta benissimo i suoi quarant’anni.

L’ultimo anno è stato complicato. Con questo erede che non arrivava mai, nonostante i molti tentativi. Dopo un primo momento di resistenza, Simona e Giorgio si sono fatti convincere e li ho accompagnati da uno specialista. “Tutto a posto”, han detto loro.

Eppure niente. Simona non restava incinta. Abbiamo provato tristezza. Il tempo passava e lo sconforto si trasformava in abbattimento. Siamo stati anche dallo psicologo. Già, tutti e tre. Neppure io riuscivo a reggere.

Finché abbiamo consultato una coppia di amici che si sono fatti assistere medicalmente nella fecondazione. Cioè, han fatto l’inseminazione artificiale. Problema risolto, famiglia felice.

Allora ci siamo convinti. Sono così iniziate settimane piene di appuntamenti, colloqui con medici, visite in cliniche. Il più delle volte, vuoi per impegni di lavoro, vuoi per motivi di salute, Giorgio non era presente. Fortuna che stavamo nel periodo di pausa della stagione teatrale e non avevo incarichi di trucco e parrucco, così ho sempre accompagnato Simona. Ci prendevano per marito e moglie e noi all’inizio con un po’ di imbarazzo, poi con toni divertiti, ci affrettavamo a chiarire: “Ma no, ma no, noi siamo amici, il marito è impegnato”.

Tra i tanti specialisti abbiamo incontrato un mio contatto, il dottor Mario Longo. Dicono che sia un esperto di queste faccende. Mia sorella fa la ginecologa e, parecchi anni fa, prima di andarsene a lavorare a Parigi è stata in reparto con Longo in ospedale.

L’abbiamo incontrato nella sua clinica fuori città. Giorgio era bloccato a casa dal mal di schiena. Il medico si è mostrato assai gentile. Con pazienza, visto che l’ho incalzato di domande una in fila all’altra, ci ha chiarito ogni dubbio sul funzionamento della fecondazione omologa e di quella eterologa. “Si introduce lo sperma del proprio partner e allora èomologa. Altrimenti si utilizza sperma proveniente dalla banca del seme, in questo caso la fecondazione si dice eterologa“, ha spiegato.
“Grazie, grazie!”, gli ho gridato stringendogli la mano e agitandola in modo scomposto su e giù. Ma intanto lui era già calamitato da Simona e dal suo modo di infilarsi la giacca.

In seguito, non ricordo quante cene e dopocena abbiamo passato a confrontarci tutti e tre su cosa fosse meglio. Poi un sabato pomeriggio nella casa in campagna, lo ricordo ancora, c’era un gran sole in cielo, Simona ha preso la decisione per tutti: “Andiamo alla clinica di Mario Longo!”.

Qualche giorno più tardi, alle sette e mezza di mattina, Giorgio si è presentato in clinica dove l’hanno invitato a servirsi di uno degli appositi stanzini. Come nei film, la signorina gli ha domandato se avesse bisogno di aiuto. Giorgio avrà forse pensato di farsi dare una mano, nel vero senso della parola, da quella gentile signorina. Il maiale.

Ha quindi svolto il suo compito, raccogliendo quanto necessario e consegnando la provetta alla signorina, che con un sorriso ha sistemato un’etichetta sul vetro e l’ha riposta su uno scaffale.
Questi microscopici esseri umani a metà, in forma liquida, sono poi stati selezionati come soldati di Sparta, scartando i più mingherlini, quelli sovrappeso e anche i bassi, i rachitici, i calvi, i lenti e gli stronzi.

A giugno, Simona è stata fecondata da un abbronzato e vacanziero dottor Longo, rientrato apposta da Viareggio dove stava passando un periodo di vacanza.
Anche quel giorno Giorgio era a casa con la faringite. Aveva quasi quaranta di febbre. Simona e io siamo andati in clinica con la mia auto.

C’era un giovane di circa trent’anni, forse in tirocinio. Simona dice che non ha fatto altro che eseguire in silenzio gli ordini di chiunque passasse di lì. Il tirocinante ha passato al dottor Longo gli strumenti del caso. Una provetta con rappresentanti di Giorgio e una specie di siringa. Quindi il dottor Longo si è dato da fare dentro Simona.

Come al termine di un atto amoroso, per sdrammatizzare un po’, le ho chiesto: “Ti è piaciuto?”. Fortunatamente Simona è spesso di buon umore, specie ora cha intravede una luce neonatale in fondo al tunnel. Così mi risponde: “Ah, che domanda! Però, sai, ho immaginato questi soldatini di Giorgio che partivano per raggiungere la principessa dell’ovetto. Mentre avevo lì di fronte il dottor Longo, che, diciamocelo, è un gran bell’uomo, e poi c’eri tu qui fuori ad aspettarmi… Una situazione un po’ confusa, no?”. “E già”, le dico.

A casa tutti e tre, Simona, Giorgio e io, abbiamo atteso speranzosi qualche tempo, prima di avere la certezza della gravidanza. Abbiamo pensato a tutti i preparativi, i vestitini, i giochi, le visite dei parenti. Ci siamo anche interrogati a lungo sulla necessità di raccontare in giro o meno che abbiamo ricorso all’inseminazione artificiale.

Poi lunedì scorso, il dottor Longo ha detto entusiasta: “Grazie a Dio, ce l’abbiamo fatta!”.
Ora Simona aspetta due gemelli. E uno non sappiamo di chi sia!

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