“GLI ESAMI NON FINISCONO MAI”

Quanto a me, oggi mi son deciso e sono andato a farmi vedere. Ho fatto quell’esame che ti dicevo. Ho preso ferie, preferivo. Non volevo che il capo sapesse.

Insomma, mi sveglio alle sei e venti, prima di chiunque altro, perché ho da prendere in sequenza l’auto, il treno e l’autobus per arrivare giusto alle nove all’ambulatorio in città. Mi metto in coda e, indovina un po’, sono ultimo. Cinquantaquattresimo. Penso subito quel che penserebbe chiunque, che non sarà una passeggiata.

Mentre sto lì a far piccoli vortici coi pollici, vedo che ne entrano uno dietro l’altro man mano che il tizio apre la porta e fa cenni che stanno per “Avanti il prossimo”. Ma non dice mai una parola, neppure un “Buongiorno”.

Su due piedi, penso che ci sarebbero tanti altri modi per organizzare una cosa così, che basterebbe far prendere gli appuntamenti al telefono, prima. Ma dato che ho i miei bei grattacapi non sto a farmene una pena.

Attendo. Il tizio col camice, che fin da subito capisco essere senz’altro il medico specializzato, ha una barba grigio élite che stona sul camice bianco. Esce a intervalli irregolari, un quarto d’ora uno, mezzora un altro, cinquanta minuti un altro ancora. Così non puoi nemmeno farti un’idea di quanto ci voglia. E lui ogni volta esce fuori e ne chiama dentro un altro. Come fossero oggetti in catena di montaggio, i pazienti si infilano dietro la porta e spariscono.

Ma come sai ho i miei bei grattacapi e non sto a farmene una pena. Poi ne entra dentro uno nuovo. Col procedere dei turni percepisco l’avvicinarsi del mio. Ho un tuffo al cuore, quando una voce di donna che si sporge dietro il tizio grigio squilla un nome che è simile al mio: “Francini?”, deve aver chiamato, e me lo chiarisco solo al secondo o al terzo richiamo, perché ero tutto intento ad alzarmi e a rispondere, “Sì, Marchiaro sono io”.

Tu dirai: ma che c’entra Francini con Marchiaro. E va be’, vorrei vedere te, che devi fare ’sto esame della pelle e c’hai tutta la tremarella che monta col passare del tempo.

Inoltre, fin dall’alba fa un gran caldo dappertutto. Nell’ambulatorio è pure inutile tener le finestre aperte perché fuori non solo è più caldo che dentro, ma anche perché proprio nel parcheggio c’è un cantiere che fa polvere a ondate.

Insomma, sta di fatto che messi insieme in oltre cinquanta ci respiriamo addosso uno con l’altro. Ci sudiamo addosso uno con l’altro. Ci disprezziamo addosso uno con l’altro.

Passa il tempo e il caldo aumenta. Il tizio, medico specialista, esce e fa chiamare un tale dalla sua assistente, Tozzi o qualcosa così. Il tale non risponde, del resto c’è trambusto nello stanzone. Il tizio, sembrerebbe di proposito, frena l’assistente che starebbe per richiamare e, a bassa voce, chiama lui Tozzi. Come per sfidarci. E l’ha vinta, perché in breve i pazienti seduti vicino alla porta si zittiscono e passano la voce: “Tozzi, tocca a Tozzi”, “Il signor Tozzi?”, “C’è Tozzi?”, dicono a turno. Il tizio resta impalato con aria strafottente, che se Tozzi non si fa trovare son cavoli suoi e perde il turno, e lui, il tizio strafottente, te la fa sembrare come se fosse questione di vita o di morte per chiunque.

Finché Tozzi si trova, è un signorotto abbastanza anziano seduto in fondo vicino al corridoio. Ovvio non potesse sentire da laggiù. Subito Tozzi tenta di rimediare, cercando di proporsi con simpatia al grande medico, il tizio col camice. O al più prova a suscitare compassione, Tozzi. Niente da fare, né una né l’altra. Il medico con la faccia grigia lo rimprovera: “E allora? Non possiamo mica stare ad aspettare lei, cos’è ha deciso che non si vuole curare? Cammini, su, per favore, entri svelto!”.

In sé l’accaduto avrebbe fatto scattare in piedi pronto a protestare un qualunque paladino dei diritti umani, come me, per esempio, o come te. Ma dato che, ormai è chiaro, ho i miei bei grattacapi non sto a farmene una pena. Quelle macchie che mi sono deciso a far vedere: eh, mi inquietano assai. Penso all’altro giorno quando ho fatto uno screening dal mio medico. Mi ha detto bonario: “Fila subito a farti vedere da uno specialista”. Così sono partito dalla valle stamattina ed eccomi qua.

Ma ora che ci sono non son più tanto sicuro. Tutt’altro, se potessi me ne andrei. Poi ho l’impressione di star dentro una fornace con almeno sessanta gradi. Stiamo tutti lì a sventolare qualcosa: ci si aggiusta con quel che c’è intorno. Chi ha un giornale, chi una rivista, chi agita una busta da lettera, chi sbatacchia una radiografia o l’impegnativa del medico. Io ho per le mani un inutile volantino promozionale di un emporio di abbigliamento che invece così mi torna utile.

Il caldo aiuta a distrarre le attenzioni, perché anziché parlare del terrore di quel che puoi avere, ti metti lì a dire qualcosa sulla temperatura con il tuo vicino di sedia.

Si fanno le due e tre quarti del pomeriggio, butto uno sguardo intorno e faccio il calcolo che ci sono ancora circa una decina di persone da passare. Io sono sempre l’ultimo, ormai fradicio di sudore dappertutto. Calzini, mutande, maglietta. Mi suda pure la porzione di testa dietro le orecchie. Sento le gocce scivolare giù. Una dopo l’altra scandiscono in sequenza l’angoscia di una brutta malattia, lo sgomento per una pessima notizia da parte del medico, la disperazione per l’esito di una valutazione di laboratorio.

Siamo alle quattro meno un quarto o giù di lì. L’aria dello stanzone sarebbe irrespirabile per qualsiasi forma di vita, ma noi che ci stiamo dentro da ore non ce ne accorgiamo più. Il tizio grigio col camice bianco s’è manifestato diverse volte, qui dove aspettiamo, e mai che abbia mostrato un ben che minimo gesto di sensibilità nei confronto di noi pazienti.

Dopotutto, per lui non siamo altro che un ammasso di pratiche da sbrigare, numeri progressivi da evadere per star dentro gli obiettivi strutturali. Non fa neppure granché per nasconderlo. Restiamo pazienti con tanta pazienza, in quest’atmosfera da fogna a cielo aperto, che mescola reazioni fisiologiche in cerca di un termoequilibrio, ma possiamo anche dire puzza di sudore, e istinti di conservazione , ma possiamo anche dire cacarsi addosso dalla paura.

Cosa farò, mi domando. Come potrò andarmene in giro? No, me ne starò chiuso in casa fin quando non sopraggiungerà la morte. Quanto tempo mi resterà, un mese, una settimana? Dovrò dimenticare ogni cosa lasciata in sospeso, dall’antiruggine al cancello a Teresa. Teresa, sì. Proprio adesso che mi ha concesso di vederci per cena nel fine settimana. Perché a me? Perché io? Cosa ho fatto?

A un tratto, a interrompere l’estasi fobica che si scatena dentro di me, arriva su un custode che dice forte che l’edificio deve chiudere alle quattro. Mi guardo attorno ancora una volta e noto che siamo in cinque.

Ti chiederai come farà il tizio in camice a gestire la cosa, passare con una valutazione come si deve ognuno dei cinque pazienti rimasti. Normale che tu te lo chieda, invece io lì per lì non l’ho fatto, squagliato come stavo tra cappa di calore, olezzo e panico da responso medico.

Bene, il tizio grigio è un autentico cafone. Sì, adesso che ho passato quasi una giornata intera a osservarlo lo posso dire con autorevolezza. Fa mettere tutti in fila, chi tardi arriva male alloggia. Non si cura di nessuno, benché sia lì pagato proprio per curare, accidenti! Si comporta male con chiunque, dall’anziano alla bambina, passando per il disabile e per arrivare a me, pavido e tremolante. Manco un cenno, manco uno sguardo, manco un “Crepa”.

Considera che non si è portato dietro i miei dati che la segretaria gli ha preparato. E lo dice forte all’assistente quando sono poi entrato: “Marchioro, mmmh… no, non ho dietro i dati, li avrò lasciati in segreteria. Ma non importa”. Mi storpia il nome, capisci?! Non importa? Te lo do io non importa!

Sono le quattro e dieci, trascorrono altri due minuti, ormai sono strabico per aver tenuto tutto il tempo gli occhi divisi tra l’orologio del corridoio e la porta della stanza delle visite, che è laterale.

Ecco che proprio dalla porta si affaccia il tizio in camice, sempre più grigio. Tocca a me.

Parto dal finale, per non farti stare troppo in pensiero. Va tutto bene, non ci sono problemi alla mia pelle. Insomma dev’essere stato qualcosa di psicosomatico.

Ma fammelo dire quanto è maleducato questo qui. In poche parole, non mi dice niente di niente, non mi lascia dire niente di niente. Mi fa pure “Sscch!” con l’indice sulle labbra quando sto per raccontare. Non mi visita, fa due commenti biascicati all’assistente, che scrive qualcosa. Sarà lei a spiegarmi del disturbo che ho e che non è niente di che.

D’accordo, va tutto bene, non sono malato, però mannaggia! Esco di lì che sono tutto carico di quella roba accumulata dalle sei di mattina. Ho fatto la scorta di sudore, tremarella, tachicardia, abbassamento della vista, spasmi intestinali, fiato corto e tanto altro, sai.

Tutto a causa di questo tizio. A ripensarci che rabbia, l’avermi fatto aspettare tutto questo tempo… Ma d’altronde non son mica io che posso dire che non ho niente. Ho su questo nervoso ancora adesso, guarda. Davvero, lasciamelo dire, permettimi di fare il volgare: mi sono fatto tre coglioni così. Due i miei e uno lui, il coglione!

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