“DOMENICA, BENEDETTA DOMENICA”

Domenica pomeriggio. Lei dice qualcosa come: “Hai quel che serve per fare impazzire la maggior parte delle donne: sai far ridere”.
Arrossisco, da bravo scolaretto. E lei ride. Parliamo del mondo, di come gira, della sua grammatica.
Dopo poco la conversazione inizia a scaldare i cuori.
Parliamo dell’amore, sentimento universale. L’amore universale, le dico, per me vale sempre che sia provato per un amico o per la donna amata. O per l’uomo amato. O per entrambi come in “Domenica, maledetta domenica” di Schlesinger (ma come si scrive? Le chiedo. Non lo so, dice).
Le dico, farei l’amore universale con te adesso. Ride. Davvero, le dico, non è mania o perversione: sento di voler fare l’amore e basta.
Lei si sorprende, ma è curiosa. Dimmi di più, dice.
È una sensazione, un’energia di passione che nasce nel profondo, non so da dove, provo a descrivere io. Lei ride. Ci abbracciamo.
Le dico vuoi provare a fare l’amore con me adesso per capire cosa sento io? Sì.
Ho dentro una palla di fuoco che sbatte di qua e di là. Gliene parlo. Ride.
Mi prende le mani e chiede: diciamoci di più di noi.
Dico: sì, tre domande a testa.

Dimmi tutto sul tuo pene, comincia lei.
Ah, dico io.

Ho ancora un tentennamento, ma poi: tutti si sorprendono perché è nero come se fosse abbronzato tutto l’anno.
È bellissimo, dice.
Cosa ti piace, le chiedo. Voglio che il mio uomo mi prenda con passione. Poi mi piace baciarlo, toccarlo, mangiarlo. Mi piace tutto.
Parlami dei tuoi occhi e del tuo viso, tocca di nuovo a lei.
I miei occhi sono scuri, vivaci, profondi. Capelli corti, scompigliati, esplosi. Ride, rido anch’io, ma per l’imbarazzo questa volta.
Non faccio spesso la barba, sono pigro. Ho gli occhiali.
Hai l’aria dell’intellettuale, dice. Solo l’aria, preciso. Ridiamo.

Adesso io: dammi tutte le tue misure. Alta 1,68, peso 53 chili, scarpe numero 37, taglia 42.
Le tue misure, ora, fa lei.
Alto 1,90, peso sugli 80 chili, ho il 45 di scarpe. Non so altre misure. Molti muscoli nelle gambe, per la bicicletta. E ho le mani da pianista, almeno così mi dicono, ma non credo che conti come misura. Ride.

Andiamo vicino alla finestra, guardiamo fuori: c’è foschia. Ma di solito c’è una vista tutta da respirare, le dico. Dev’essere bellissimo. Le foglie sugli alberi sono ancora verdi, c’è qualche giallo e qualche rosso intorno. Li vedo così intensi perché sto con lei, forse. E mi rammarico di non vederli così di solito.

Lei è davanti a me, guarda fuori. È molto carina e non me n’ero accorto. La bacio. Mi bacia. Il bacio man mano diventa più pieno. Sospiriamo.

Finché: no, niente indirizzo email o numero di cellulare, preferisco così, dice prima di disconnettersi.

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