“AMARE, pl. f., SIGNIFICA ‘POCO DOLCI'”

Ho appena lasciato le lenzuola stropicciate: i postumi da sbornia sono quelli soliti.

Non mi è del tutto chiaro come sia cominciato, ma è una situazione che si trascina da tempo.
Soffre. Benché tenti di nasconderlo, chiunque può rendersene conto.
Ma questa idea mi provoca una vertigine di terrore ed eccitazione insieme: una gioia oscura e morbosa.

È male provare un’emozione come questa, ma non posso farci niente. D’altronde non sono nemmeno l’unico a conoscerla: questa gioia oscura vive nel cuore della gente che rallenta per guardare gli incidenti d’auto. Io avrei dovuto passare oltre. La verità è che non tutti riescono ad astenersi dallo sbirciare tra i rottami. L’interesse è innegabile, ma lo è anche la ripugnanza. Il risultato è un senso di colpa, come quello che accompagna il rapporto sessuale.

Così ho parlato con Patti, che ha già sentenziato. Eh, i suoi giudizi sono valori assoluti e paiono inappellabili. Non sopporto la sua superbia! Voglio dire: se anche lei fosse stata un po’ più umile forse sarebbe andata diversa. Ho guardato il mio viso allo specchio e non l’ho trovato affatto incantevole.

Anche Clyde, il gatto, mi fissa. Semplicemente vuole il suo cibo per gatti. Quell’animale è uno stomaco ambulante, se devo andarmene per qualche giorno o gli trovo un posto, a questo stronzo, o gli sparo. Forse dovrei spararmi io, ma non mi va.

Ancora una controllata allo specchio. Barba? No.

“Stai bene, Jim? Mi sembri molto giù”.

Davvero? Ma come ti sbagli amica mia, perché io invece sono molto su. Su, risucchiato nel ciclone: e giro, giro, giro, su e giù, su e giù, e quando finirà nessuno lo sa!

“Sto bene”

“Meno male. Sai chi devi ringraziare per questo?”

“Te per esempio?”

“Nessun altro”

Un pensiero vagante mi rotola per la mente: tu sei in pericolo qui vicino a me. Penso che uno di questi giorni ti farò a pezzettini.

“Senti Jim, dovete parlarne voi due. Io ti ho messo al corrente della situazione, adesso tocca a te”.

Patti ha il naso troppo piccolo. Mi verrebbe quasi voglia di allungare le mani e allargarglielo un po’.

“Mi stai a sentire?”

“Certo”

Accendo la Tv, i rumori della città mi infastidiscono. Lo speaker annuncia il rientro in patria del primo ministro dopo un viaggio diplomatico. Che s’impicchi!
Ho la nausea: mi serve un caffè.

La differenza è appena percepibile, ma è chiaro che oggi aleggia un’aria di tensione.

Boris sta entrando adesso nel giardino, la sua ombra gli corre placidamente a fianco come un cagnolino al guinzaglio. Odio quel modo di camminare.
Spengo la Tv.

“Hai proprio un’aria strana, Boris: hai l’aria che dovresti essere già morto ma ti sei dimenticato di crepare”

“Vedrai che ci riuscirò”

Se non schiatta da solo lo faccio fuori io, giuro!
Ma è che tutti abbiamo bisogno di amici alle volte e, per quanto possa sembrare strano, Boris è un buon amico.

Crede che io sappia sempre trovare la soluzione. A Patti dice che gli trasmetto un senso di sicurezza. Dice che sono come suo fratello maggiore e, come per un fratello, non ha potuto scegliere e allora mi ha preso così come sono.

“Cerca di darti la carica, amico: noi dobbiamo vincere!”

“Proviamo”

“No, no, no, fratello, ascolta bene le mie parole: noi DOBBIAMO vincere!

Vedi, ci sono due cose: una che non so cosa sia, e l’altra è il denaro…voglio quel denaro!”Prendo la racchetta. Fosse per lui avremmo debiti fino al collo.

Abbiamo vinto.
Per un paio di settimane siamo a posto con i soldi.

“D’accordo, puoi azzeccare un paio di servizi e un passante, ma non vuol dire che sai giocare: cioè, puoi mettere un gatto dentro al forno, ma non puoi dire che è un coniglio!”

Con una grande prestazione Boris ha rimediato alla mia cattiva vena. Non mi sento particolarmente ispirato, fortuna che conosco il codice vitale di Boris: nessuno sa attivarlo come posso io.

Lo lascio davanti alla porta. È contento; si vede che è contento.
Patti mi segue fino a casa. Qualche tempo fa era Boris ad accompagnarmi.
Ora lei lo ha sostituito, ma lui non si arrende: mi vuole per sé.

La colpa è mia: la situazione era chiara da parecchio ma non ho potuto affrontarla.
Per Patti è semplice, ma io non me la sento: deve farsi avanti lui per primo.

“Se aspetti lui puoi aspettare in eterno!”

“L’eterno mi tormenta, mio malgrado!”

Che faccio, il distaccato? L’uomo di mondo? Sto sulle mie? Nooo, sulle sue, molto meglio sulle sue…

“Boris è disperato da quando sa che sei innamorato di me; ha paura di restare solo, crede di non farcela senza di te”.

Un uomo non dovrebbe mai mostrarsi disperato: non è pratico, e poi lo trovo anche piuttosto brutto.

“Mi capisci, Jim? Sono in gioco i suoi sentimenti: lui ti ha a cuore”

Cuore, sentimenti: dettagli. “Io che cosa dovrei fare, Patti?”

“Tu potresti, per esempio, parlarne un po’ con lui. Dopotutto è il tuo compagno di doppio.”

Oh, sicuro: – Boris, tu sei innamorato di me, ma non puoi confessarlo, d’altra parte io non potrei accettarlo, tanto vale che non ne parliamo affatto. Ci stai? -

“Sì, hai ragione: parlerò con lui; ora falla finita però”

…E’ proprio vero che a palle vuote si ragiona meglio!
E ancora di più quando Patti è prigioniera di Morfeo.

Boris pensa che fra tre anni debba morire. Non ha un motivo ben preciso. Ma ogni volta che si sbronza lo ricorda a ognuno con fierezza. Probabilmente, invece, ci seppellirà tutti. Fino a quel fatale giorno, però, noi batteremo ogni coppia della città, ci arricchiremo con le scommesse e viaggeremo per il mondo.

Beh, però il tempo passa, l’acqua scorre e il cuore dimentica. Flaubert? Forse. Chiunque l’abbia detto non ci è andato molto lontano: io dimenticherò col tempo i nostri sogni e Boris dimenticherà di essere stato morbosamente innamorato del suo compagno di doppio.

Sono una fabbrica d’angoscia: non so se costruire o distruggere. Mi sembra di vivere in un incubo, non posso più andare avanti così. Eppure non muoverò un dito per cambiare qualcosa.

Vado verso la finestra. Una mosca sbatte ripetutamente contro il vetro. Le renderò il favore di schiacciarla. Patti mi direbbe di non ucciderla. L’ho schiacciata. In fondo le ho fatto un favore: l’ho sbarazzata dell’esistenza!

Fuori si è già levata la luna. Come si fa a parlare alla luna? E’ così stupida. Dev’essere senz’altro il culo quello che ci fa sempre vedere.

[ © Alberto Robiati – Tutti i diritti riservati ]